martedì 22 febbraio 2011

Un esempio degli sprechi del comune di Torino

di Vito Foschi

Nel dicembre del 2010 la circoscrizione 9 di Torino ha organizzato una festa di Natale con ingresso gratuito per 1000 persone. Ci si chiede quale era la finalità sociale di tale iniziativa. Non stiamo parlando di una festa per gli anziani soli o per i poveri, ma una festa a cui potevano accedere tutti, voi o io compresi. Mi si vuole spiegare a che scopo tutto ciò? Quei soldi non era meglio utilizzarli per pagare un bel pranzo e un bagno caldo ai tanti barboni della città? O spenderli per l’assistenza agli anziani non autosufficienti? L’iniziativa sa tanto del motto borbonico: festa, farina e forca. Volete sapere quanto è costato tutto ciò? 14000 euro, come da delibera Doc. n.95/2010 - 2010 07580/2010 approvata il 1 dicembre. Un’ultima chicca: i 14000 euro sono a copertura parziale. Peccato che il contributo richiesto è di 15.816,00, quindi la copertura cosiddetta parziale è all’88,5%. Non male per essere parziale. Consideriamo inoltre che la circoscrizione ha messo a disposizione anche tavoli, sedie e il palco per il complesso musicale. C’è da dubitare quando un’amministrazione pubblica si lamenta per mancanza di fondi. E io pago…

lunedì 21 febbraio 2011

La vera sfida per il Paese: la riforma fiscale

Per gentile concessione dell'autore.

di Antonello Cattelan

La pressione fiscale in Italia si trova ad un livello particolarmente elevato e questo viene tradizionalmente attribuito, sia alle straordinarie dimensioni del debito pubblico, che all’economia sommersa.

Secondo i dati Istat 2009, la pressione fiscale italiana è pari al 43,2%. E’ il livello più alto dal 1997, anno in cui la pressione fiscale raggiunge il 43,7% del Pil, il livello più elevato in assoluto. Le stime Mef per il 2010 prevedono un calo di 0,4 punti del Pil e per il 2012-2013 è previsto un ulteriore calo di 0,4 punti fino a raggiungere il livello del 42,4% nel 2013. 
I dati Eurostat 2009 collocano l’Italia al 6° posto dopo la Francia, che però registra una riduzione annuale di 1,2 punti del Pil. L’Italia supera anche la Finlandia che fa registrare un calo di 0,1 punti di Pil. Nel complesso, a livello europeo, la pressione fiscale cala di 0,8 punti di Pil.

Il 43,2% di pressione fiscale 2009 è costituito dal 29,1 di pressione tributaria e dal 14,1 di pressione contributiva. Nel confronto europeo, soprattutto limitatamente ai paesi euro, mostra un eccesso di pressione tributaria che nel 2009 si esprime in un + 4,5 punti di Pil rispetto alla media. Se prendiamo in esame i primi cinque Paesi Europei, l’Italia ha la più alta pressione tributaria (Regno Unito 27,8%, Francia 25,1%, Germania 23,7%, Spagna 18,7%), mentre per pressione contributiva l’Italia è superata da Francia (18,4%) e Germania (17,1%).

In questa situazione, la riforma fiscale rappresenta uno dei passaggi chiave per ridare slancio alla crescita del Paese. Lo ha sottolineato anche il Capo dello Stato nel suo messaggio di fine anno, anche se per gli addetti al lavoro non è certo una novità.  L’auspicio è che nel prossimo futuro si possano veramente gettare le basi per arrivare ad una riforma fiscale organica e condivisa. Una riforma fiscale che abbia tra i suoi principali obiettivi quello di condurre ad un prelievo fiscale equo, efficiente e coerente, senza dimenticare la semplificazione del sistema tributario, attraverso una maggiore sistematicità nella produzione normativa, che deve essere indirizzata alla creazione e alla manutenzione di testi unici ed alla minimizzazione degli adempimenti documentali richiesti ai contribuenti.  Naturalmente le grandi riforme, ivi compresa quella fiscale, richiederebbero un clima politico più sereno e in questo periodo, con l’attuale clima politico, non c’è all’orizzonte alcuna riforma fiscale. Siamo in presenza di un puro effetto annuncio, non essendoci a breve le condizioni per quella riflessione approfondita, tecnicamente coerente ed efficace nel lungo periodo necessaria per una riforma ordinamentale. Ritengo che la politica debba essere capace di delegare il lavoro di preparazione; le grandi riforme fiscali, infatti, non nascono nei parlamenti, ma attraverso il lavoro istruttorio affidato a pochi tecnici che hanno la competenza per condurre profonde riflessioni di natura economica e giuridica.

Deve comunque risultare evidente che, per arrivare a riformare il fisco si deve affrontare il problema della riduzione del debito pubblico e della spesa corrente, perché è da qui che dovranno essere recuperate le risorse necessarie per riscrivere il sistema tributario. Occorre evitare di andare avanti a colpi di riforme disorganiche, trasformando il diritto tributario in un vortice impazzito nel quale alla fine nessuno ravvisa più quel senso di equità che renderebbe per il cittadino meno amara l’obbligazione tributaria e meno difficile il rapporto tra contribuente ed Erario. Va garantita la certezza delle regole per rilanciare la fiducia.  E’ un’esigenza che soprattutto noi che svolgiamo attività di assistenza e consulenza in ambito tributario, ci scontriamo ogni giorno con un livello di complessità inutile che determina mille micro-adempimenti e autentiche perdite di tempo.  Serve infine fermezza nella lotta all’evasione, senza dimenticare la giustizia tributaria, evitando di pensare solo alla riscossione dei tributi.  La speranza è che non si continui a fare confusione tra efficienza (che attiene al rapporto tra fisco e contribuente a 360 grafi e in modo bidirezionale) e ferocia (che attiene alla sola efficacia nella riscossione dei tributi). Cosa ci aspettiamo dalla riforma fiscale?.  L’aspettativa è fortissima, ma siamo incatenati ad un livello di spesa e di entrate che ci penalizzano. Su questo la politica promette, promette, ma non riesce a fare nulla. Nella nicchia di bassa crescita si annidano infine rendite di posizione; sicuramente anche le grandi imprese e le grandi banche non sarebbero contente di interventi tesi ad innalzare il tax rate reale, molto più basso rispetto alle piccole e medie imprese.

venerdì 18 febbraio 2011

Logica dei politici...

La logica dei politici è: se una attività si sviluppa molto devi regolamentarla; se ancora si sviluppa è necessario tassarla; se inizia ad andare in crisi bisogna darle sussidi. (Ronald Reagan)

mercoledì 16 febbraio 2011

L'avevamo detto...

Permetteteci di rivendicare una nostra primogenitura. Chi vive a Torino avrà visto i manifesti elettorali che stigmatizzano il debito della città. Il Tea Party Piemonte a novembre scorso ha distribuito un volantino che evidenziava ciò e che potete trovare sul nostro blog:

http://teapartypiemonte.blogspot.com/2010/12/stampa-e-diffondi.html

Chi controllerà il post, potrà notare che la data di pubblicazione sul blog è del 5 dicembre.
Che qualcuno si sia ispirato al nostro volantino?

Tea Party Piemonte

lunedì 14 febbraio 2011

Una via per Ronnie

L'aggregatore di blog Tocqueville.it, in collaborazione con l'associazione Libertiamo e la rivista L'Occidentale, sta raccogliendo le firme per intitolare una via a Ronald Reagan e come Tea Party Piemonte aderiamo con entusiasmo all'iniziativa. Sarebbe bello che a Torino Corso Unione Sovietica diventasse Corso Ronald Reagan, passando da una via dedicata ad una dittatura ad una dedicata ad un campione della Libertà. Un sogno forse, ma intanto raccogliamo le firme per avere almeno una via intitolata a Ronald Reagan.
Per firmare:
http://www.tocqueville.it/ronaldreagan.aspx

lunedì 7 febbraio 2011

lunedì 31 gennaio 2011

Patrimoniale? No, grazie!

Patrimoniale? No, grazie!


Da alcune settimane si sente ronzare sui media l'idea della patrimoniale per abbattere di un terzo il debito pubblico giustificandola in mille modi graziosi, tra cui, quella pubblicata sul Riformista, sulla generazione dei babyboomers che ha avuto tutto e deve restituire qualcosa alle generazione future. Ma come si fa a distinguere il patrimonio di un babyboomers da quello di un altro? Altra argomentazione farlocca, è la solita litania "anche i ricchi piangono", quando invece si parla di tassare i patrimoni da 450.000 € in su. Chi abita in una grande città sa bene che un patrimonio siffatto non è una cosa così eccezionale: è sufficiente aver comprato una casa un po' più grande o una villetta in periferia negli anni '70 o '80 e grazie a rivalutazioni, espansione edilizia e mitico euro, ci si ritrova con un patrimonio da "ricchi".
Altro caso? Una modesta coppia di impiegati che ha risparmiato una vita per acquistare un appartamento in città che adesso vale fra i 200 e 300.000 euro, qualche risparmio, le due liquidazioni e si ritrovano con la fantasmagorica cifra di 450.000 euro! Immaginiamo ancora una famiglia proprietaria di una casa con il mutuo da pagare che riceve in eredità l'appartamento dei genitori, raggiungerà facilmente i 450.000 euro! Oltre il danno, la beffa! Non solo il mutuo da pagare, ma anche la patrimoniale! Alla faccia della "sacra" carta costituzionale che parla di tutela del risparmio. Alla fine è sempre il ceto medio-basso a pagare, mentre i ricchi continuano a ridersela.
La tassazione patrimoniale è altamente immorale ed ingiusta, perché si accanisce sulle persone laboriose e parsimoniose che risparmiano ed investono, premiando chi vive alla giornata, va sempre in vacanza, cambia sempre auto e cellulare e sperpera i soldi in mille modi.
Ricordiamoci che il lavoro è tassato già al 50% ed oltre, quindi tassare il patrimonio formatosi dal risparmio su quel restante 50%, che la bontà statale ci lascia, si traduce in una doppia tassazione, anzi tripla, visto che gli immobili e gli investimenti finanziari sono già tassati. Invece di agevolare il risparmio si invita a sperperare, a vivere in una casa in affitto e a non mettere i soldi da parte per il futuro.
Come si può sperare che l'Italia cresca, se come soluzione, per l'incapacità politica di risolvere il problema del debito pubblico, si pensa ad una patrimoniale? Pensate ad un imprenditore che voglia comprare un capannone, cosa pensate che farà sapendo che lo attende una patrimoniale? E chi ha dei risparmi da parte, non farà bene a portarli all'estero? Sarebbe veramente stupido non farlo. E voi pensate che così l'Italia possa crescere? Siamo alla follia più pura!
Per abbattere il debito pubblico, a parte una forte riduzione dello Stato, che probabilmente sembra difficile ai politici attuali, si potrebbe attuare una depatrimonializzazione dello Stato. Lasciando stare Eni, Enel e Finmeccanica, che sono utili ai giochi della politica estera italiana e non vogliamo essere irrealistici, si potrebbe incominciare a vendere le Poste, dato che incomincia a fare profitti grazie alle operazioni bancarie, passando poi alle Ferrovie, alla Rai, a Fintecna, per continuare con la liquidazione delle fondazioni bancarie, sfoltendo così il "sottobosco" degli enti locali, obbligare i comuni a privatizzare le municipalizzate e per finire nel medio termine alla vendita di tanti immobili inutilizzati.
Qualcuno avrà il coraggio di farlo?

Vito Foschi
Tea Party Piemonte
pubblicato anche su CronacaQui: