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venerdì 28 ottobre 2011

I sindacati e l’isola che non c’è

di Vito Foschi

Fra i tanti punti di discussione dell’ultima finanziaria, ci sono state forti critiche da parte del mondo sindacale sull’articolo 8, che secondo alcuni è un cavallo di troia per introdurre la libertà di licenziamento. Si potrebbero fare delle considerazioni di principio sulla libertà contrattuale che viene ridotta da una legislazione che vieta il licenziamento; oppure, dato il continuo riferirsi alla costituzione ricordare il principio di uguaglianza che in qualche modo contrasta con il fatto che un comune cittadino può firmare il contratto che vuole mentre una volta acquisita la qualifica di imprenditore non può più farlo. Così, tanti non vedrebbero nulla di strano a mandar via, per esempio, l’idraulico che facesse male un lavoro, ma trovano “strano” licenziare un dipendente. Queste considerazioni per quanto interessanti cedono il posto ad altre ben più fondamentali.
Il licenziamento prevede l’assunzione, ma il problema odierno non è il precariato? Ovvero la negazione dell’assunzione? Se viene a mancare questa, che senso ha, preoccuparsi del licenziamento? Mettetevi nei panni di un precario a cui vengano negati tutti i diritti posseduti da un dipendente vecchio stampo, ferie pagate, malattia, permessi, cassa integrazione, mobilità e con in più la possibilità di essere mandato via seduta stante senza nessuna forma di tutela. Potete ben capire che la battaglia per l’articolo 8 sembra veramente fuori dal mondo. Qualsiasi precario sarebbe felicissimo di accettare la libertà di licenziamento in cambio di un contratto regolare perché significherebbe passare da una condizione pessima ad una più che buona. Attualmente fra stage, co.co.pro., partite IVA monocommittente, una persona può essere spedita a casa senza preavviso e senza alcuna giustificazione. Queste tensioni da parte sindacale ricordano le analoghe relative al nuovo contratto della Fiat: da una parte i precari che avrebbero fatte salti mortali per sottoscrivere il nuovo contratto e dall’altra, i sindacati che gridavano allo scandalo per dei ritocchi su pause e turni.
Gli iscritti del sindacato sono pensionati, dipendenti pubblici e alcune fasce di dipendenti privati e l’azione sindacale si trasforma in semplice azione di lobbying per queste categorie. I giovani? Non li tutela nessuno. Come per le pensioni si creano due gruppi di lavoratori, quelli relativamente  giovani che non godono di nessun diritto e i meno giovani iperprotetti, gli intoccabili. Per assurdo, nella stessa azienda a fare lo stesso lavoro, colleghi di scrivania hanno contratti e garanzie totalmente diverse e non certo per differenti capacità o merito, ma solo per una questione anagrafica. Si capisce bene l’accordo sindacati-Confindustria per rendere inefficace l’art 8: tanto nulla cambia. In poche parole, i privilegi e gli sprechi del passato li si sta facendo pagare ai giovani, con i relativamente vecchi che in qualche modo vengono ancora tutelati. Un sistema così squilibrato chiaramente non può durare a lungo.
Questo discutere sul nulla sembra solo un voler distogliere l’attenzione dai problemi veri. Al di là delle differenze ideologiche sarebbe utile tornare a parlare della realtà e non discutere di un universo parallelo che esiste e resiste solo nelle menti legate ad un passato ormai lontano.

Pubblicato anche su Lo Spiffero del 10 ottobre 2011

venerdì 8 luglio 2011

Sindacati e distribuzione dei redditi


di Vito Foschi

Da “Capitalismo e libertà” di Friedman cap. 8

“Giacché in genere i sindacati sono particolarmente forti tra i gruppi che riceverebbero comunque un salario più alto, il loro effetto è stato quello di far sì che lavoratori ben pagati ottenessero un salario ancora più alto a spese dei lavoratori meno pagati. I sindacati, quindi, non hanno solo danneggiato la popolazione nel suo complesso e l’insieme dei lavoratori in virtù delle distorsioni nell’utilizzo della forza lavoro, ma hanno anche fatto sì che le diseguaglianze tra i lavoratori aumentassero, riducendo le opportunità disponibili per i lavoratori meno avvantaggiati”

Questo passo di Friedman sembra attagliarsi alla situazione italiana odierna, dove i sindacati continuano ad essere bravi a difendere chi ha un contratto a tempo indeterminato o una pensione a scapito di tutti gli altri. Così in azienda si ha la situazione assurda di lavoratori intoccabili ed altri che sono poco più che carne da macello. Emblematico è stato l’abolizione del cosiddetto scalone, ovvero si è mandato in pensione uno o due anni prima gente con il posto sicuro aumentando i prelievi contributivi sulla gestione separata ovvero sui precari. Detto in altri termini, i precari hanno finanziato la pensione di chi aveva il contratto a tempo indeterminato: dal povero al ricco.
Attualmente l’apparente positività del bilancio INPS è dovuta esclusivamente alla gestione separata, i soldi dei precari, che versano senza avere diritto a niente. Una trasferimento netto di ricchezza dalle tasche dei precari a quelli con il posto fisso. La tanto decantata redistribuzione dei redditi non dovrebbe essere qualcosa di diverso?